mercoledì 17 febbraio 2021

LA NOSTRA MISSIONE

 


Carissimi tutti,

oggi il blog vi propone una riflessione più generale, in attesa di un ritorno alla nostra amata routine fatta di incontri, di eventi, di mostre dei nostri amati modelli storici. Ed è da questi che ripartiamo sempre. Perché per tutti i media, nei telegiornali, nelle rubriche televisive dedicate, si assiste sempre più all'elogio dei nuovi veicoli ipertecnologici, ad alimentazione “green”, come piace chiamarla per dire elettrica. Una propaganda potentissima, della quale evidentemente il mercato globale ha bisogno. Ora, lungi da noi contestare il progresso anche nel settore del motorismo: è normale, è fisiologico che l'uomo possa e sappia sempre escogitare nuovi modi e mezzi per spostarsi, e peraltro questa attitudine a guardare sempre avanti è necessaria: guai a fermarsi con l'ingegno, con il gusto, con lo stile: tutti aspetti che investono la contemporaneità sociale, contribuiscono a determinarla e allo stesso tempo ne vengono determinati. Senza lo sguardo visionario nel futuro, d'altronde, non avremmo avuto i primi, pionieristici modelli, ormai più di un secolo fa; e non avremmo assistito al trionfo dell'automobile, alle sue continue ridefinizioni ed evoluzioni, ardite, geniali, frutto di studi complessi e di intuizioni fulminee, di soluzioni avveneristiche e di recupero di una tradizione da salvare.

Oggi sembra però che questa inesausta corsa a 4 ruote sia in qualche modo al traguardo: veicoli senza ruote, a levitazione, a trazione magnetica, veicoli per soli passeggeri, senza il pilota, che si spostano in modo autonomo grazie a coordinate predefinite e magari da impensabili distanze; veicoli ad alimentazione elettrica, silenziosi, discreti. Forse non è più lecito parlare di auto, l'automobile è – o era – cosa diversa: sono capsule, piccoli razzi, missili in cui si viaggia distesi, si sbrigano questioni, ci si svaga su schermi che proiettano il mondo, mentre il trasporto avviene da sé. Mezzi, peraltro, che forse così ecologici non sono: le batterie al litio risultano tuttora ad alta tossicità, di smaltimento problematico, e comunque l'elettricità è costretta ad attingere ancora alle forme primigenie: il carbone, i fossili del petrolio. Dunque?

Dunque è la prima volta nella storia del trasporto che un veicolo non è manovrato, condotto da un pilota ma il contrario, è il mezzo a condurre e l'umano a farsi portare, perfino oltre la sua volontà. Sono soluzioni già presenti, ma ancora latenti non solo da un punto di vista ecologico, piaccia o non piaccia, quanto da quello dei rifornimenti, con le famose colonnine di ricarica tuttora rarissime, e la cui tecnica informatica risulta sì sofisticatissima, ma ancora gravida di incognite anche pericolose. E sono strumenti senza voce. Il Novecento ha avuto il suono del motore e il motore era il suono di una marca, di uno stile, di una macchina; diventava così anche un po' la voce di chi la guidava, la possedeva. E quel coro dissonante di ruggiti o di ronzii era la colonna sonora della nostra società, delle città, degli spostamenti, delle piccole e grandi Anabasi per i luoghi di villeggiatura, code omeriche e soste cinematografiche all'autogrill: tutta una mistica che ha inciso nelle abitudini, nel modo di pensare e, in definitiva, di esistere. Ma andiamo verso scenari ovattati, di città patologicamente silenziose, asettiche, sibili nel vento dai quali chissà come potremo difenderci. E già si parla di nuove capsule destinate a solcare il cielo. Rumore zero, inquinamento zero (non è vero), impatto zero: tutto bellissimo, ma un mondo senza impatto è un mondo morto.

Per questo la nostra passione diventa sempre più missione: crociata al riscatto del passato. Non è questione di rimpianti, di sterile nostalgia, quanto di ricordare cosa siamo stati e cosa fummo capaci di creare. Il mondo va avanti, il motore del Duemila, come cantava Lucio Dalla, “sarà azzurro e lucente”, ma il motore del Novecento è stato avventuroso e romantico, feroce e divertente, inquinante ma sempre capace di rinascere dalle sue polveri. Ed era un essere umano a farlo vivere. Siamo così spaesati, e la tecnica non ci aiuta a ritrovarci, anzi accentua quel senso di dispersione. Viaggeremo incapsulati in piccoli universi privati, dove potremo disinteressarci completamente di ciò che accade oltre il corpo della nostra vettura. Risucchiati dall'individualismo del nostro impegno e del nostro svago. E speriamo siano almeno tragitti sicuri, cosa che al momento nessuno è ancora in grado di garantire. Comunque vivremo più distanti. Comodi e separati. Almeno non perdiamo il senso di una grandezza che ci ha portato fino a qui. Non è più epoca di mutamenti, graduali, collegati, ma di fratture, di distruzioni creatrici, di punti e a capo. A noi, appassionati della storia dell'automobile, spetta difendere ancora quel legame con noi stessi che ci stanno strappando.




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